mercoledì 4 settembre 2013

dis-soluzione


galleggio sulla tua superficie
che tradisce il profondo
che m'inganna
che m'incanta
e scivolando tra le onde
dei tuoi lineamenti
cado e m'inabisso
senza mai toccare
senza mai arrivare
perché già non esisto




domenica 25 agosto 2013

Tra tutti i miei vorrei













Un'altra festa è finita
e come sempre resto insonne
ubriaco di questa mia Estate

di note e sorrisi
di gioie e sospiri
di storie di genti
di partenze e ritorni
di miglia attraverso orizzonti
di nuovi e indimenticati volti

e preludi che vestono sorprese
come pur speranze ormai arrese
oggi spente da altri "presenti"
o da quelli che credevo dispersi
che di sbagliato non han niente
se non questo, tra tutti, il presente

e nuove essenze a colmare antiche assenze
come vino per ingannare la sete
o come sonno per stordire la fame
come quiete che d'ogni altro male mi fa dimenticare

così incantevoli e imperfetti
gli incastri tra vuoti e pieni
di questi miei giorni
niente mai torna
sebbene tutto ritorni


domenica 13 maggio 2012

Pezzi del mio '94




Nel 1994 l'Italia vinse quasi un mondiale, l'estate fu calda e sui cieli di Rieti volarono le frecce tricolori. Io avevo appena finito la seconda media e tra una partita al Super Nintendo ed una VHS con su registrata una puntata di Beverly Hills 90210, iniziai a lasciarmi catturare da qualcosa di nuovo. Erano quelli i giorni in cui per la prima volta presi in mano una chitarra. Maistrello* era ancora di fronte al mercato coperto ed a metà viale Maraini c'era Tube**. La musica che girava era poca, meno ancora quella che conoscevo, e malgrado anche gli eventi musicali nello "scaffale" del 1994 fossero rari, ebbi comunque modo di viverne alcuni che definirei grandi ed indimenticabili. Mentre i miei amati Guns n' Roses registrarono quello che sarebbe stato il loro ultimo lavoro insieme, i Pink Floyd tornarono con The Division Bell, i Rolling Stones con Voodoo Lunge, i Beatles si riunirono per completare Free As a Bird scritta e registrata da John Lennon su di un nastro demo nel 1977 (e da allora ferma li), i Queen stavano ultimando il loro ultimo album Made in Heaven postumo alla scomparsa di Freddie, ed i pilastri dei Led Zeppelin tornarono insieme per No Quarter. E tutto questo in un solo anno: il 1994. Era ancora poca la coscienza per aver pieno gusto di quei grandi giorni di musica in cui i "nuovi" erano già vecchi ed i "vecchi" tornavano nuovi sui nuovi... e forse per la loro ultima volta. Ad oggi sembrerebbe impossibile poter "infilare" in un solo anno perle di tale pregio e rarità. Quel che però la mia (in)coscenza rammenta è il tendenziale distacco con cui si ascoltavano quei neo (capo)lavori degli anni '90 fatti da band dei '70, quasi a voler dire: "si ma tanto queste sono canzoncine insignificanti davanti agli eterni capolavori chiusi in quell'intoccabile "forziere" che andava dal 1960 al 1979" come se qualsiasi altra cosa che quei vecchi maestri avessero potuto scrivere e registrare di li in avanti non sarebbe stata comunque mai abbastanza. Non ho mai voluto credere a chi faceva del vintage una condizio sine qua non per cui un lavoro musicale potesse essere considerato buono e/o valido piuttosto che no, io mi affidavo ai suoni e soprattutto alle emozioni che questi erano in grado di trasmettermi. Forse è stato proprio questo il motivo per cui benché da folle amante del rock quale fossi (e ad oggi sono), "virai" presto verso orizzonti più pop. Amavo alla follia quei dischi dal primo giorno di quel magico 1994 in cui vennero pubblicati. Non conoscevo ancora i precedenti lavori partoriti da quei pionieri del rock, e malgrado ciò, nell'immediato non volli affatto curarmene. Oggi che li conosco molto bene, non posso ovviamente che adorarli. La cosa però più interessante è che tra i miei album preferiti in questi anni, non ho mai tolto quei dischi del 1994, mentre invece è già da qualche tempo che inizio a sentire le opinioni di quegli stessi storici della musica rock che iniziano magicamente a mutare. Sarà forse che si avvicinano i 20 anni? Sarà, ma oggi sento parlare di quegli stessi dischi (un tempo fatti di "canzoncine") come di "preziosi capolavori" ed anche "rappresentativi" ed "ultimi"... magari fino a quando la ventennale timeline per l'accesso al vintage non si sarà spostata in avanti quel tanto che basta per poter "scoprire" l'album immediatamente successivo al '94. Ma sarebbe comunque diverso... forse davvero tutto è finito lì, nel 1994. Certo quei dischi avrebbero meritato molto di più che essere apprezzati a partire da oggi come materiale "vintage". Forse meritavano di essere "vissuti" quand'era il momento, così come feci io. Sembra ieri ma da quel 1994 abbiamo già vissuto quasi altri vent'anni... ascoltando infinite altre volte Page, Plant, Jagger, Richards, May, Taylor, McCartney, & co. Ed ora a guardarli così, in una ripresa del 1994, con i capelli ancora scuri, viene quasi da confonderli con quella loro stessa immagine più vicina ai '70 che non ai giorni nostri. Sembrano quasi quelli gli anni "ancora" d'oro che noi altri abiamo avuto la fortuna di vivere... più o meno inconsapevolmente.

  * Maistrello: celebre e storico negozio di dischi della città. Per decenni è stato l'unico.
** Tube: piccolo negozio di musica (specializzato nel rock) affacciatosi sul mercato reatino nei primi anni '90. Purtroppo la sua attività durò una manciata d'anni.

 

lunedì 21 marzo 2011

Tra un cielo che sa ed un mondo che ignora...




...comunque vadano le cose io
non reagisco più
comunque vadano le cose io
se mi guardi tu
negli occhi aspetterò il miraggio
da cui non bevo più
prendimi in giro come il sole a maggio
quando sprofonda giù
lasciando all'improvviso spazio
al grigio dentro il blu...

mercoledì 20 ottobre 2010

Prospettive...


È il limite che struttura il linguaggio.
È li vincolo che plasma lo stile, l'opera, il genio.
È il vuoto che connota e caratterizza unicamente il pieno.
È l'ombra che dà forma e profondità ad un corpo.
È il silenzio che sottolinea il suono.
È la pausa che dà senso al periodo.
È l'immobilità che dà accesso ove alcun movimento condurrebbe.
È l'attesa che impreziosisce ogni arrivo.
È la difficoltà che dà dimensione all'impresa.
È il confine che dà vita ad una cultura.
È l'inerzia che circonda e mitiga ogni tempesta.
È l'assenza che dà valore all'essenza.
È il meno che dà il più.

Ci sono tanti piccoli aspetti nella nostra vita che spesso tendiamo a lasciar scivolare, ad allontanare... aspetti a cui inconsciamente attribuiamo un senso di negatività, di irrilevanza... quando in realtà tali aspetti altro non sono che l'elemento base, la condizione essenziale per cui l'ordinario possa raggiungere l' eccezionalità.

giovedì 12 agosto 2010

Sulla strada di casa dopo un concerto




La serata è finita, c'è aria mite stanotte...
Anche oggi su di un palco a raccontare storie, pensieri, atmosfere, sogni, sentimenti, istanti... colti meravigliosamente dalle persone che erano lì ad ascoltarci. Sensazioni che a volte riescono a commuovermi. E' come scrivere un messaggio, chiuderlo in una bottiglia ed affidarlo ad un mare, un mare invisibile, fatto di note e parole... e poi vedere che dall'altra parte c'è qualcuno che riesce finalmente a leggerlo e farlo proprio. E' davvero qualcosa di prezioso ed emozionante.
Erano tanti i volti che riuscivo a scorgere da lassù. Chissà quante storie, quanti pensieri, chissà quante vite. A volte la mia curiosità vorrebbe che io potessi conoscerle tutte quante, una ad una, ma come sempre tornando nel mondo reale non mi resta che immaginarle.
Il momento più intenso è stato quando durante il concerto le luci si sono spente e tutti gli strumenti si sono fermati per qualche istante lasciando soli me e la mia acustica a sottolineare l'essenzialità di quel momento.
Lì sono riuscito a sentire una ad una, le decine, centinaia di voci che cantavano quelle mie note; qualcosa di incredibilmente più forte, più grande di me, qualcosa di avvolgente, di travolgente... tanto da farmi dimenticare di me, del mio strumento, della serata, della scaletta.
Così, ho voluto chiudere gli occhi e starle ad ascoltare, mentre accarezzavo sempre più delicatamente le mie corde affievolendone sempre più il suono, fino a fermarmi... fino a sparire immobile nel mio silenzio, completamente avvolto da quell'immenso coro che sentivo vibrare fin dentro lo stomaco e che muoveva l'atmosfera tutta intorno. Il resto non esisteva.
In quell'istante mi sono sentito portare come dalle onde del mare. Io, che con il mio strumento di solito porto la melodia di un brano stavolta ero diventato strumento mosso da un altro direttore d'orchestra ed in quel momento stavo suonando una pausa: il mio suono era il silenzio. Mi sono sentito come sparire sotto un cielo di milioni di stelle.
Ho provato una strana sensazione, esattamente opposta al senso di smarrimento.
Il sentire che non sei solo, sentirti abbracciare, anche se smetti di "funzionare", sentire che anche se ti fermi c'è chi continua per te, con te... chi non ti lascia andare, chi non ti lascia nel tuo silenzio. Qualcuno che ti prende per mano e ti porta, ti accompagna, inaspettatamente... è stato incredibilmente bello "sparire".
Non riesco a non commuovermi neanche adesso che quei riflettori sono spenti ormai da qualche ora.
Fiuuuu! Torno in me, riemergo, mi mostro.
Saluto i miei amici musicisti con un forte abbraccio, carico su la chitarra e mi metto in viaggio alla volta di casa.
Scelgo "Le Bleu" di Justin King, perfetta "colonna sonora" per questo mio ritorno, premo PLAY e parto.
Mi piace guidare di notte... lo farei per ore. Il silenzio, la quasi totale assenza di traffico, il fatto che di solito non si ha fretta e che quindi si può assaporare meglio il "viaggio", ecc. Preferisco sempre il ritorno piuttosto che l'andata appunto per questo motivo.
Non ci sono altre auto oltre la mia, così non lascio precipitare via strade, paesi, agglomerati di piccole luci, nuvole dai riflessi arancio, alberi. Li lascio anzi scorrere dolcemente, e mentre questo quadro scorre, la luna e le stelle restano sempre lì come inchiodate ad osservare questa mia quieta andatura.
A differenza della quasi totalità dei miei amici, fin da bambino non ho mai amato la velocità, le auto, le moto ecc.
Amavo al contrario gli aeroplani, per il semplice fatto che ti danno la possibilità di librarti il volo nel cielo, uno dei miei più grandi sogni (da bambino come ancora oggi). Ho trascorso quasi tutti i giorni della mia infanzia nei prati dell'aeroporto della mia città ammirando alianti ed aerei da traino compiere quel "miracolo": volare. Ma prima di tutto trascorrevo quelle giornate giocando con i miei aquiloni... che ogni volta mi incantavano, o anche con i miei aereo-modelli (i famigerati aeroplanini con il telaio in plastica leggera e le ali in polistirolo o in balsa che negli anni 80 andavano un casino) che facevo volare torcendo un elastico per dare giri all'elica, così come con quelli sprovvisti di elica che si lanciavano con l'apposita fionda. Li comperavo in blocchi. Non esisteva un modello che non avevo. Ricordo che il mio preferito era uno di grandezza media, senza elica, che riportava grossomodo le proporzioni di un aliante. Riuscivo a lanciarlo molto in alto ma la cosa che adoravo di più era il vederlo planare in discesa mentre formava dei cerchi concentrici molto, molto ampi... quindi lo "spettacolo" aveva la sua bella durata!
Un giorno lanciai il mio adorato aeroplanino molto in alto e ricordo che tirò una piccola folata di vento che ne deviò la traiettoria di discesa fino a farlo atterrare sul tetto dell'hangar degli aerei da traino e li rimase. Cercai in tutti i modi di trovare un espediente che me lo avesse restituito, ma ahimè tutto invano.
Provai un dispiacere che non riesco a descrivere. Successivamente ne comprai più di uno sempre dello stesso modello, ma chissà perché (forse per via di un fortunato ed irripetibile concorso di cause costruttive o perfetto assemblaggio delle parti, forse per semplice legame affettivo, forse per via di una inspiegabile alchimia) fatto sta che mai più nessun altro aereo è stato in grado di volare come il mio adorato aeroplanino perduto.
Anche oggi a distanza di 20 anni, quando passo lungo la strada che costeggia l'aeroporto confesso che involontariamente il mio sguardo va a posarsi su quel tetto di hangar per cercare chissà cosa.
Ma "il mio" aeroporto è stato anche la meravigliosa cornice di interminabili pomeriggi trascorsi con i miei amici a dare calci ad un pallone, in bici, poi in motorino, il luogo "speciale" dove portare ragazze "speciali"... e più di una volta mi è stato propizio... complice e testimone di alcune tra le mie storie più importanti, luogo di grande ispirazione (più di una canzone è nata lì), di meditazione, di ritrovo notturno con gli amici, una chitarra e qualche birra, luogo di osservazione di stelle nei mesi caldi e di splendidi tramonti in tutti gli altri... luogo di lunghi ed intensi sogni.
Uno dei posti più significativi della mia città e della mia vita.
Mi accorgo nel frattempo di aver percorso quasi tutto il tragitto... resta giusto l'ultimo paese ed un piccolo traforo.
La mia città è di là che aspetta.
Esco dalla galleria e finalmente eccola che si mostra. In penombra, come addormentata... bella come sempre.
Come una donna fascinosa e misteriosa, che si lascia ammirare quasi al buio, sfiorata da un sottile raggio di luce. Mai scontata, che ogni volta sa sorprenderti ed emozionarti... innamorarti.
È esattamente così che ogni volta ritrovo questa mia città... ogni notte sempre diversa... anche se vuoti e pieni sono sempre lì, al loro posto, sempre gli stessi... a lasciarsi vestire e spogliare dai colori, dalle sfumature, dalle luci, dalle ombre, dalle giornate, dalle stagioni, dagli anni, dai punti di vista, dagli stati d'animo di chi osserva.
Tetti, profili, case, viali, piazze... si mostrano ogni volta differenti, pur restando sempre gli stessi.
Sembra come come rileggere un libro a distanza di tempo: qualcosa che percepisci sempre come familiare ma che mai ricalca stesso, qualcosa che riesce incredibilmente a restituirti immagini e colori sempre differenti.
Mi ha sempre lasciato amarezza ma al tempo stesso stimolato l'idea che una stessa esperienza in due momenti differenti della vita non non susciti mai le stesse emozioni.
Forse non è "colpa" del momento, forse dipende proprio da di noi stessi, che in realtà non siamo mai "gli stessi", che in ogni istante della nostra vita siamo sempre diversi da ciò che eravamo "ieri". Mutiamo, maturiamo, cresciamo, invecchiamo... impercettibilmente.
Scendo dalla statale e torno tra le braccia della mia terra. Mi lascio avvolgere.
Mi è venuto appetito, quasi quasi mi fermo a fare colazione.
Stasera voglio optare per il panettiere piuttosto che per il consueto e caotico bar.
Allungo così il mio "viaggio" notturno attraversando la zona industriale per giungere al mio forno preferito... il migliore, anche se poco conosciuto e un po' fuori mano... ma ne vale davvero la pena!
Ordino la mia pizzetta ed aspetto fuori che sia pronta.
Il panettiere è sempre gentile... sempre ironico e disteso.
Immagino sia per via del suo lavoro... al sicuro sia fisicamente che cronologicamente da ogni folle frenesia diurna-feriale del resto del mondo lavorativo.
A volte penso che il panettiere sia uno dei mestieri che più mi somigliano: notturno, quieto, non convenzionale, che se ne sta un po' in disparte.
Pronta la mia pizza bianca... mangio un "pezzetto della mia terra" che buona!
Riparto. Tiro giù i finestrini mentre l'autoradio è arrivata a riprodurre "August Train, mai pezzo fu più azzeccato. Sono le 4:40, la città è deserta: le finestre aperte, qualche tendina al vento... in questa notte di agosto.
Gli autobus riposano in sosta spenti. L'unica "cosa" in movimento è il mezzo che lava le strade.
E' tempo di vacanze.
Ovunque c'è silenzio. Ho quasi come il senso che la luce abbia portato via con sé anche i rumori... assieme ai colori delle cose.
Perfino la fontana al centro della rotonda che sto percorrendo pare non aver più voce.
La mia città è serena.
Un semaforo interrompe per qualche istante questo mio vagare. Mi affianca un'auto con due ragazzi. La testa di lei sulla spalla di lui che è al volante.
E' verde.
Riparto...
La strada scivola silenziosa: scorrono gli alberi, le luci, le vetrine, gli isolati, i motorini parcheggiati.
Immagini che da sempre accompagnano puntualmente ogni mio ritorno... che mi salutano, che mi ritrovano, che mi riabbracciano.
Sono finalmente a casa.
Scendo dalla macchina, poggio la chitarra e mi stiracchio un po'. Guardo il cielo. Passa un aereo... va verso sud. Lo seguo con lo sguardo. Cerco di immaginarne le persone a bordo.
Chissà se partono o chissà se come me tornano a casa.
La linea dell'orizzonte inizia a schiarirsi... ridisegnando i profili delle montagne, sottolineandone i "confini", staccando le pesanti cime montuose dall' impalpabile, evanescente firmamento, separando la terra dalle stelle dell'universo, la fisica dalla metafisica.
E' l'ora in cui i sogni iniziano a dissolversi.
E' davvero il momento di ritirarsi.
Entro in casa, finalmente mi adagio sul letto.
Sono sereno.

venerdì 19 febbraio 2010

La Sera (M. Castoldi)

S’apre la sera
vedi, s’avvera
Morbida svela e distende
la sua coperta nera
ecco la sera, bella la sera
la luce s’inchina
esce di scena
poi si nasconde tra i monti
scalderà altre genti
brucerà altri campi
e altri orizzonti
avanti, entri la sera
e noi siamo ancora qui
ma niente sembra uguale: con te
Con te si può parlare
disordinare il destino
rimandare il mattino
che il modo migliore è
consumare le pre facendo l’amore
Cade la sera
e il cuore s’ispira
mentre il cielo si oscura
buio a regalar le stelle
belle illusioni, sogni lontani
anche se per oggi abbiamo dato già abbastanza
tutte le nostre forze, tutti i fianchi e gli occhi
non siamo stanchi
e d’incanto l’identico istinto ci coglie
e con me ti fai trascinare via
Guarda la sera
scende sicura
apre la notte futura e
non infonderà paure
anzi ci invita a nuove avventure
e fin che resteremo insieme non morirò
e del tormento allora ci faremo un canto
tutto il tempo che resta, ogni sera la nostra festa
e il vento come orchestra
mentre un raggio di luna rifrange
sulla pioggia che piange tu volteggi come un’onda
così volubile e profonda, stasera
l’atmosfera profuma d’incenso
quando ormai mi credevo disperso
con stupore immenso tutto ritorna per me ad avere un senso
o
almeno si spera, esce la sera, buona la sera