La serata è finita, c'è aria mite stanotte...
Anche oggi su di un palco a raccontare storie, pensieri, atmosfere, sogni, sentimenti, istanti... colti meravigliosamente dalle persone che erano lì ad ascoltarci. Sensazioni che a volte riescono a commuovermi. E' come scrivere un messaggio, chiuderlo in una bottiglia ed affidarlo ad un mare, un mare invisibile, fatto di note e parole... e poi vedere che dall'altra parte c'è qualcuno che riesce finalmente a leggerlo e farlo proprio. E' davvero qualcosa di prezioso ed emozionante.
Erano tanti i volti che riuscivo a scorgere da lassù. Chissà quante storie, quanti pensieri, chissà quante vite. A volte la mia curiosità vorrebbe che io potessi conoscerle tutte quante, una ad una, ma come sempre tornando nel mondo reale non mi resta che immaginarle.
Il momento più intenso è stato quando durante il concerto le luci si sono spente e tutti gli strumenti si sono fermati per qualche istante lasciando soli me e la mia acustica a sottolineare l'essenzialità di quel momento.
Lì sono riuscito a sentire una ad una, le decine, centinaia di voci che cantavano quelle mie note; qualcosa di incredibilmente più forte, più grande di me, qualcosa di avvolgente, di travolgente... tanto da farmi dimenticare di me, del mio strumento, della serata, della scaletta.
Così, ho voluto chiudere gli occhi e starle ad ascoltare, mentre accarezzavo sempre più delicatamente le mie corde affievolendone sempre più il suono, fino a fermarmi... fino a sparire immobile nel mio silenzio, completamente avvolto da quell'immenso coro che sentivo vibrare fin dentro lo stomaco e che muoveva l'atmosfera tutta intorno. Il resto non esisteva.
In quell'istante mi sono sentito portare come dalle onde del mare. Io, che con il mio strumento di solito porto la melodia di un brano stavolta ero diventato strumento mosso da un altro direttore d'orchestra ed in quel momento stavo suonando una pausa: il mio suono era il silenzio. Mi sono sentito come sparire sotto un cielo di milioni di stelle.
Ho provato una strana sensazione, esattamente opposta al senso di smarrimento.
Il sentire che non sei solo, sentirti abbracciare, anche se smetti di "funzionare", sentire che anche se ti fermi c'è chi continua per te, con te... chi non ti lascia andare, chi non ti lascia nel tuo silenzio. Qualcuno che ti prende per mano e ti porta, ti accompagna, inaspettatamente... è stato incredibilmente bello "sparire".
Non riesco a non commuovermi neanche adesso che quei riflettori sono spenti ormai da qualche ora.
Fiuuuu! Torno in me, riemergo, mi mostro.
Saluto i miei amici musicisti con un forte abbraccio, carico su la chitarra e mi metto in viaggio alla volta di casa.
Scelgo "Le Bleu" di Justin King, perfetta "colonna sonora" per questo mio ritorno, premo PLAY e parto.
Mi piace guidare di notte... lo farei per ore. Il silenzio, la quasi totale assenza di traffico, il fatto che di solito non si ha fretta e che quindi si può assaporare meglio il "viaggio", ecc. Preferisco sempre il ritorno piuttosto che l'andata appunto per questo motivo.
Non ci sono altre auto oltre la mia, così non lascio precipitare via strade, paesi, agglomerati di piccole luci, nuvole dai riflessi arancio, alberi. Li lascio anzi scorrere dolcemente, e mentre questo quadro scorre, la luna e le stelle restano sempre lì come inchiodate ad osservare questa mia quieta andatura.
A differenza della quasi totalità dei miei amici, fin da bambino non ho mai amato la velocità, le auto, le moto ecc.
Amavo al contrario gli aeroplani, per il semplice fatto che ti danno la possibilità di librarti il volo nel cielo, uno dei miei più grandi sogni (da bambino come ancora oggi). Ho trascorso quasi tutti i giorni della mia infanzia nei prati dell'aeroporto della mia città ammirando alianti ed aerei da traino compiere quel "miracolo": volare. Ma prima di tutto trascorrevo quelle giornate giocando con i miei aquiloni... che ogni volta mi incantavano, o anche con i miei aereo-modelli (i famigerati aeroplanini con il telaio in plastica leggera e le ali in polistirolo o in balsa che negli anni 80 andavano un casino) che facevo volare torcendo un elastico per dare giri all'elica, così come con quelli sprovvisti di elica che si lanciavano con l'apposita fionda. Li comperavo in blocchi. Non esisteva un modello che non avevo. Ricordo che il mio preferito era uno di grandezza media, senza elica, che riportava grossomodo le proporzioni di un aliante. Riuscivo a lanciarlo molto in alto ma la cosa che adoravo di più era il vederlo planare in discesa mentre formava dei cerchi concentrici molto, molto ampi... quindi lo "spettacolo" aveva la sua bella durata!
Un giorno lanciai il mio adorato aeroplanino molto in alto e ricordo che tirò una piccola folata di vento che ne deviò la traiettoria di discesa fino a farlo atterrare sul tetto dell'hangar degli aerei da traino e li rimase. Cercai in tutti i modi di trovare un espediente che me lo avesse restituito, ma ahimè tutto invano.
Provai un dispiacere che non riesco a descrivere. Successivamente ne comprai più di uno sempre dello stesso modello, ma chissà perché (forse per via di un fortunato ed irripetibile concorso di cause costruttive o perfetto assemblaggio delle parti, forse per semplice legame affettivo, forse per via di una inspiegabile alchimia) fatto sta che mai più nessun altro aereo è stato in grado di volare come il mio adorato aeroplanino perduto.
Anche oggi a distanza di 20 anni, quando passo lungo la strada che costeggia l'aeroporto confesso che involontariamente il mio sguardo va a posarsi su quel tetto di hangar per cercare chissà cosa.
Ma "il mio" aeroporto è stato anche la meravigliosa cornice di interminabili pomeriggi trascorsi con i miei amici a dare calci ad un pallone, in bici, poi in motorino, il luogo "speciale" dove portare ragazze "speciali"... e più di una volta mi è stato propizio... complice e testimone di alcune tra le mie storie più importanti, luogo di grande ispirazione (più di una canzone è nata lì), di meditazione, di ritrovo notturno con gli amici, una chitarra e qualche birra, luogo di osservazione di stelle nei mesi caldi e di splendidi tramonti in tutti gli altri... luogo di lunghi ed intensi sogni.
Uno dei posti più significativi della mia città e della mia vita.
Mi accorgo nel frattempo di aver percorso quasi tutto il tragitto... resta giusto l'ultimo paese ed un piccolo traforo.
La mia città è di là che aspetta.
Esco dalla galleria e finalmente eccola che si mostra. In penombra, come addormentata... bella come sempre.
Come una donna fascinosa e misteriosa, che si lascia ammirare quasi al buio, sfiorata da un sottile raggio di luce. Mai scontata, che ogni volta sa sorprenderti ed emozionarti... innamorarti.
È esattamente così che ogni volta ritrovo questa mia città... ogni notte sempre diversa... anche se vuoti e pieni sono sempre lì, al loro posto, sempre gli stessi... a lasciarsi vestire e spogliare dai colori, dalle sfumature, dalle luci, dalle ombre, dalle giornate, dalle stagioni, dagli anni, dai punti di vista, dagli stati d'animo di chi osserva.
Tetti, profili, case, viali, piazze... si mostrano ogni volta differenti, pur restando sempre gli stessi.
Sembra come come rileggere un libro a distanza di tempo: qualcosa che percepisci sempre come familiare ma che mai ricalca stesso, qualcosa che riesce incredibilmente a restituirti immagini e colori sempre differenti.
Mi ha sempre lasciato amarezza ma al tempo stesso stimolato l'idea che una stessa esperienza in due momenti differenti della vita non non susciti mai le stesse emozioni.
Forse non è "colpa" del momento, forse dipende proprio da di noi stessi, che in realtà non siamo mai "gli stessi", che in ogni istante della nostra vita siamo sempre diversi da ciò che eravamo "ieri". Mutiamo, maturiamo, cresciamo, invecchiamo... impercettibilmente.
Scendo dalla statale e torno tra le braccia della mia terra. Mi lascio avvolgere.
Mi è venuto appetito, quasi quasi mi fermo a fare colazione.
Stasera voglio optare per il panettiere piuttosto che per il consueto e caotico bar.
Allungo così il mio "viaggio" notturno attraversando la zona industriale per giungere al mio forno preferito... il migliore, anche se poco conosciuto e un po' fuori mano... ma ne vale davvero la pena!
Ordino la mia pizzetta ed aspetto fuori che sia pronta.
Il panettiere è sempre gentile... sempre ironico e disteso.
Immagino sia per via del suo lavoro... al sicuro sia fisicamente che cronologicamente da ogni folle frenesia diurna-feriale del resto del mondo lavorativo.
A volte penso che il panettiere sia uno dei mestieri che più mi somigliano: notturno, quieto, non convenzionale, che se ne sta un po' in disparte.
Pronta la mia pizza bianca... mangio un "pezzetto della mia terra" che buona!
Riparto. Tiro giù i finestrini mentre l'autoradio è arrivata a riprodurre "August Train, mai pezzo fu più azzeccato. Sono le 4:40, la città è deserta: le finestre aperte, qualche tendina al vento... in questa notte di agosto.
Gli autobus riposano in sosta spenti. L'unica "cosa" in movimento è il mezzo che lava le strade.
E' tempo di vacanze.
Ovunque c'è silenzio. Ho quasi come il senso che la luce abbia portato via con sé anche i rumori... assieme ai colori delle cose.
Perfino la fontana al centro della rotonda che sto percorrendo pare non aver più voce.
La mia città è serena.
Un semaforo interrompe per qualche istante questo mio vagare. Mi affianca un'auto con due ragazzi. La testa di lei sulla spalla di lui che è al volante.
E' verde.
Riparto...
La strada scivola silenziosa: scorrono gli alberi, le luci, le vetrine, gli isolati, i motorini parcheggiati.
Immagini che da sempre accompagnano puntualmente ogni mio ritorno... che mi salutano, che mi ritrovano, che mi riabbracciano.
Sono finalmente a casa.
Scendo dalla macchina, poggio la chitarra e mi stiracchio un po'. Guardo il cielo. Passa un aereo... va verso sud. Lo seguo con lo sguardo. Cerco di immaginarne le persone a bordo.
Chissà se partono o chissà se come me tornano a casa.
La linea dell'orizzonte inizia a schiarirsi... ridisegnando i profili delle montagne, sottolineandone i "confini", staccando le pesanti cime montuose dall' impalpabile, evanescente firmamento, separando la terra dalle stelle dell'universo, la fisica dalla metafisica.
E' l'ora in cui i sogni iniziano a dissolversi.
E' davvero il momento di ritirarsi.
Entro in casa, finalmente mi adagio sul letto.
Sono sereno.